Salve a tutti, se la nostra attitudine a capire quanto siamo bravi - o incapaci - nel fare una data cosa migliorasse con il tempo, sarebbe già un successo per la nostra professionalità e un gran passo avanti per la nostra competenza.
Bingo, purtroppo questa competenza non si affina necessariamente con l'esperienza. Una delle migliori dimostrazioni di questo dato di fatto viene dal uno studio fatto alla fine degli 1980, un test circa l'abilità che di golfisti dimostravano nel putting. Il putting, dopotutto, è una parte fondamentale del gioco, visto che rappresenta il 43 per cento dei tiri. Tra le altre cose, lo studio voleva rilevare e la percentuale di putt di due metri mandati in buca dai migliori golfisti del mondo. Lo studio fu fatto su di quindici tornei di rilievo internazionale. In occasione di ogni torneo, lo staff sul campo sceglieva un green con una superficie regolare e relativamente piatta. Poi, durante i quattro giorni della gara, misurava ogni putt.
Lo studio catalogò i dati relativi a 11.060 putt. Quanti di essi erano stati mandati in buca dai migliori golfisti del mondo? La risposta risultò essere poco più della metà: il 54,8 per cento, per l'esattezza.
Interessante è stata la reazione dei professionisti che partecipavano ai tornei: la maggior parte di essi ha pronosticato che almeno il 70 per cento dei loro putt sarebbe andato in buca. Un famoso esordiente nei tornei, ex campione dilettanti americano e ottimo esecutore di putt, riteneva che la media dei putt mandati in buca superasse l'80 per cento e considerava di detenere una media personale di «circa il 91 o 92 per cento». Pia illusione dati alla mano, o solo un piccolo stratagemma quello del giocatore che per disorientare gli avversari divulga numeri (performance) non reali. Be un dato di fatto certo è che alcuni professionisti di rilievo affermano che: «Se non si manda in buca almeno l'85 per cento dei putt di due metri, non si guadagna nulla». Quando, con i dati concreti, gli sono stati riferiti i risultato dello studio che la media effettiva era del 54,8 per cento, affermavano: «Impossibile, non ci credo».
La presunzione purtroppo confonde sempre la ragionevolezza con la supposizione.
Dunque carissimi a quanto rilevato dallo studio e magari anche da una nostra analisi più approfondita su quanto letto, possiamo affermare che si tratta di una reazione comune alla maggior parte delle persone: come abbiamo visto, tutti noi pensiamo di essere un po' migliori di quanto non siamo in realtà. Se, però, osserviamo da vicino il curriculum di molti cosiddetti professionisti, scopriamo che neanche loro sono così bravi come vorrebbero darci a intendere.
Nel caso di certe attività - specialmente quelle che riguardano la capacità di esprimere giudizi o fare previsioni - le loro prestazioni si rivelano spesso peggiori di quanto vi vorrebbero far credere. In uno studio, un gruppo di psicologi e i loro assistenti hanno ricevuto delle informazioni tratte da un test per diagnosticare un danno cerebrale. Le diagnosi degli psicologi non sono state migliori di quelle dei loro assistenti. Va ancora peggio nel caso degli specialisti su cui molti di noi fanno affidamento per ottenere consigli in campo economico: gli analisti finanziari. Quando i ricercatori hanno esaminato la capacità di prevedere i profitti delle aziende seguite dagli analisti, hanno scoperto non solo che le loro prestazioni erano penose, ma anche che peggioravano con il passare del tempo. Nel 1980, gli analisti hanno sbagliato nel 30 per cento dei casi; nel 1985, hanno sbagliato nel 52 per cento dei casi; nel 1990, hanno sbagliato nel 65 per cento dei casi (una percentuale enorme).
Riporto in calce un articoletto preso da un giornale: Le opinioni degli analisti sono, in genere, sbilanciate in una direzione: circa il 95 per cento delle volte, consigliano agli investitori di comparare o di mantenere in portafoglio le azioni; quasi mai scagliano il dardo, pronunciando la parola "vendere". Allo scopo di moderare gli inguaribili ottimisti, nel 2008, la Merrill Lynch, la più grande banca d'affari degli Stati Uniti, ha cominciato a chiedere ai suoi analisti di assegnare una valutazione di «prestazione inferiore al mercato» o di «vendita» al 20 per cento dei titoli di cui si occupano. Vedi Anderson e Bajaj (2008).
Risultati altrettanto sconcertanti sono derivati da studi che hanno messo a confronto i pronostici dei professionisti con quelli elaborati da modelli attuariali (sostanzialmente, dei computer). Sono stati svolti un centinaio di studi di questo tipo. «Gli esperti hanno fatto meglio solo in una manciata di casi», ha stabilito. Le ricerche che ha esaminato riguardavano vari settori - ammissioni al college, recidività dei criminali, diagnosi mediche. In alcuni casi, gli "esperti" si sono dimostrati più precisi dei principianti, ma raramente lo sono stati più di semplici modelli statistici. «La deprimente conclusione che si può trarre da questi studi è che i giudizi degli esperti nella maggior parte dei settori clinici e medici non sono più precisi di quelli espressi da principianti con alle spalle un tirocinio minimo».
Scoperte come questa dovrebbero generare umiltà, ma in realtà questo non avviene. Un test sulle capacità dei politologi di prevedere gli eventi mondiali ha rivelato che «tanto gli esperti che gli inesperti si sono dimostrati lievemente più precisi di quanto ci si potrebbe aspettare da un'ipotesi basata sul caso». La differenza fondamentale tra i due gruppi stava nei rispettivi livelli di modestia. «La maggior parte degli esperti pensava di sapere più di quanto sapesse in realtà», ha determinato la ricerca. Anche di fronte all' evidenza dei fatti, gli esperti cercavano di «convincersi di avere sostanzialmente ragione».
Esercitiamoci, dunque per essere migliori, viste le prestazioni altalenanti di molti esperti, sembra ragionevole porsi una domanda: che cosa rende realmente esperto un esperto? Quando l'esercito americano ha posto questa domanda, ha scoperto che molti dei suoi “top gun” erano in realtà dei pensatori profondi. Come i campioni di scacchi e altri superesperti, i piloti avevano la capacità di prevedere in tempi rapidi le conseguenze di un dato evento - riuscivano, cioè, a riflettere in modo approfondito sul problema, e a farlo rapidamente. Come hanno fatto a sviluppare questa capacità? In gran parte, elaborando una grande quantità di ricordi. Poi per le capacità innate - mentali o fisiche - non contano quanto si pensa in genere. I test di intelligenza, per esempio, si sono rivelati inutili per spiegare le differenze individuali nelle prestazioni in campo artistico, scientifico e delle professioni di livello superiore. E, con l'eccezione dell' altezza, esistono poche prove incontestabili che siano necessarie delle caratteristiche particolari per ottenere prestazioni straordinarie in campo sportivo.
Ciò che conta è l'esercizio. Gli esperti si esercitano molto. Quale che sia il settore, è generalmente inteso che siano necessari circa dieci anni di sforzi prolungati per diventare un esperto di livello affermato e autorevole. Attenzione non tutti i tipi di esercizio, però, sono utili. "Pratica" e "competenza" non sono la stessa cosa: limitarsi semplicemente a ripetere in continuazione la stessa attività, non garantisce alcun miglioramento nella sua esecuzione. L'esercizio, invece, deve mirare a migliorare la memoria della prestazione. Se eseguito in modo corretto, prolungato e senza fretta, l'esercizio genera un grande insieme di conoscenze specialistiche - una biblioteca, se volete - nella mente della persona che si esercita. Ciò è importante perché il fatto di possedere una grande biblioteca permette a un esperto di riconoscere rapidamente degli schemi che glia altri non riconoscono.
Ops!, non è che ora si sia svelato un segreto, del tutto insospettabile? “Un esperto riesce a riconoscere rapidamente degli schemi che glia altri non riconoscono, perché la sua biblioteca è competente ben fornita ed allenta”. Allora conta molto quello che si è scritto pocanzi:
Ciò che conta è l'esercizio. Gli esperti si esercitano molto.
Pier Giorgio